Rassegna Stampa

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UFFICIO STAMPA Carla Romana Antolini Benedetta Boggio
COMUNICAZIONE Maddalena Sanchietti

REPORT

  •  TELEVISIONI RADIO STAMPA CARTACEA
  • CONTRIBUTO DI KATIA IPPASO autrice e giornalista
  • CONTRIBUTO DI FLORINDA CAMBRIA docente di Antropologia della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria di Varese
  • AGENZIE DI STAMPA
  • RECENSIONI ON LINE
  • INTERVISTE ON LINE
  • PRESENTAZIONI ON LINE

TELEVISIONI

  • RAINEWS http://www.rainews.it/dl/rainews/media/teatro-rifugiati-198ede26-0726-449c-bad0-8360b1332f87.html
  • TV2000 – Retropalco – Michele Sciancalepore
  • MERIDIANA NOTIZIE http://www.meridiananotizie.it/2015/06/cultura/gli-immigrati-si-raccontano-a-teatro-con-lo-spettacolo-sabbia/
  • AGENZIA STAMPA FRANCESE https://www.youtube.com/watch?v=DPkrYMyspXw articolo allegato al video http://news.yahoo.com/theatre-therapy-italys-migrant-drama-moves-sea-stage-001157183.html
  • Gallery fotografica RAINEWS 24 http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Al-Teatro-Argentina-di-Roma-i-rifugiati-si-raccontano-in-Sabbia-c9d982f2-1917-403d-a486-b96baa0b4377.html

 INTERVISTE RADIO

  • RADIO RAI
  • Intervista a R. Vannuccini, e due interpreti 13 GIUGNO
  • In onda venerdì 19 giugno 2015
  • RADIO CITTÀ FUTURA
  • 11 GIUGNO H 17 – intervista in diretta a Riccardo Vannuccini
  • RADIO SAPIENZA
  • 11 GIUGNO H 11.15 http://www.radiosapienza.net/2013/news/teatro/2436-sabbia-un-viaggio-attraverso-gli-occhi-del-migrante.html
  • RDS http://www.dimensionesuonoroma.it/news/spettacoli-in-citta/video-gli-spettacoli-in-citta-dal-12-al-14-giugno

PRESENTAZIONI E RECENSIONI SU QUOTIDIANI

ok

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corrierecorriere distefano2

repubblica2

di gianmarco

ingrossoilfattoquotidiano

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CONTRIBUTO DI KATIA IPPASO autrice e giornalista

SABBIA:QUELL’ ALTRO SIAMO NOI

La nuova ecologia_(luglio 2015)

 

Dentro, avanzano i corpi di trenta giovani uomini che arrivano dall’Africa e ci chiedono asilo. Si esprimono nelle loro lingue di provenienza e compiono gesti rituali, assieme ad alcune giovani donne che invece recitano in italiano e in francese. Confuso con loro, il regista Riccardo Vannuccini che sceglie i versi di Eliot per condurci dentro questa Terra desolata dove la presenza e la cura sono tutto quello che ci resta. Tutti insieme lasciano le loro tracce delicate, attonite, di forme affascinanti, sul grande palcoscenico dell’Argentina, su cui si stende la luce drammatica del reale. Fuori, sull’asfalto, vicino alle stazioni, strattonati sulle camionette, presi a calci, i corpi dei migranti. I due quadri fanno cortocircuito, e si illuminano a vicenda. Vannuccini forse ci contava, quando un anno fa è andato al centro di accoglienza C.A.R.A. di Castelnuovo di Porto per mettere i primi semi di quello che è diventato “Sabbia”, uno spettacolo in grado di perturbare agendo su un livello originario, ancestrale di coscienza. Pina Bausch, Pollock, Shakespeare, attraversano il tessuto poroso di questa opera che sa di antico, dove respira quel sentimento che i greci chiamavano philìa. Le immagini che sono tratteggiate sulla sabbia di questo palcoscenico-mondo evocano appostamenti notturni, lunghi camminamenti, umiliazioni subite ma anche piccoli grandi occasioni di felicità spontanea, germinazioni sororali, che nascono dal respirare insieme, dal tenersi in vita reciprocamente.

 

Fuori si arriva a dare la morte non solo con il gesto che uccide ma anche con il linguaggio: parole aggressive e parole addomesticate, insensate, complici del massacro. In questo spazio teatrale di confine, invece, investiti dai corpi di coloro che sono momentaneamente sospesi, sottratti all’angoscia dei giorni e delle notti dentro un centro di accoglienza (ci terranno qui? ci butteranno fuori?), si rianima il fantasma dell’“Altro”, senza il quale la nostra stessa vita sarebbe povera cosa.

 

Con “Sabbia” si esclude qualunque forma d’arte genericamente civile o sociale, per abbracciare una visione rigorosamente poetica, e non nel senso della propria poetica da mettere in scena, quanto piuttosto nella direzione di un’azione poetica che non lascia scampo. Vannuccini ci mostra il lavoro che fa l’anima quando è in movimento. Ed è un bel suono quello che fa. “Be the change you want to see in the world” (“Sii tu stesso il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”) diceva Gandhi.

 

 

 

 

CONTRIBUTO DI FLORINDA CAMBRIA

docente di Antropologia della comunicazione all’Università degli Studi dell’Insubria di Varese

 

Rapsodia di Sabbia

 

È la profondità dello spazio o l’assenza di quinte, forse, a rendere sconfinata la scena. È una scena ventosa, pulita, essenziale. Una scena di Sabbia.

 

Non ci sono pareti e nessuna distanza è immobile. Anche gli oggetti, all’apparenza inerti, impercettibilmente si spostano più avanti, più indietro, in bilico, come se galleggiassero in acqua scura. Sono tavoli e sedie, per lo più; sono oggetti di casa, che si agglutinano e si separano come a comporre e scomporre di continuo focolari immaginari. Ma non ci sono camini qui; non è una casa, infatti, quella in cui ci troviamo. È una strada, o una spiaggia di fine estate, o un magazzino di ricordi, o un mercato a fine giornata, quando i banchi stanno per essere smantellati e, nella stanchezza della sera, affiorano i ricordi. I ricordi hanno abiti eleganti, abiti da sera, appunto. Si fanno avanti compatti e ti guardano dritto in faccia. Vengono sempre così i ricordi: dritto in faccia. E ti interpellano.

 

A teatro si va per guardare; ma – lo sapeva bene Nietzsche – se guardi a lungo nell’abisso, anche l’abisso ti guarderà dentro e non potrai nasconderti. Gli attori di Sabbia stanno sulla scena come testimoni; camminano, camminano sempre, nell’eleganza dei loro piedi scalzi, ma lo fanno come se fossero in attesa, con la ferma compostezza di chi non ha più fretta perché sa che non c’è alcun dove in cui arrivare, sa che ogni percorso si scompagina nel punto in cui vale la pena mandare le carte all’aria e cominciare da capo. Quel punto arriva, di solito, verso sera o nel primo mattino, quando la luce si piega e annuncia l’ora del passaggio: dal giorno alla notte o dalla notte a un’alba nuova. Libri della memoria da rilegare sempre di nuovo.

 

Non si sa se sia neve o siano documenti di una sperduta anagrafe, quei fogli che volano candidi e si posano a terra; volano, quasi coriandoli, e si raccolgono ordinatamente, come un plico di scartoffie nelle mani di un burocrate, per poi nuovamente distribuirsi sulle tavole di legno del palco: impronte lasciate nella sabbia da remoti passaggi. Frescura della neve sulla terra riarsa. O forse sono solo le pagine di un racconto in attesa di essere scritto, un racconto che è ancora in cammino, a piedi scalzi, in affollati deserti. I racconti di Sabbia sfumano l’uno nell’altro, sono fatti di lingue diverse e di azioni spezzate, si intrecciano su piani multipli, ricamano spazi inattesi, tracciano mappe impreviste per cammini venturi. Dove comincia la strada? Dove finisce il deserto? Qual è l’interno? Quale l’esterno? E il mare ha un dentro e un fuori?

 

«I cavalli corrono, i pesci nuotano, gli uomini bussano alla porta»: come una eco, come un mantra, risuona la storia più ovvia. Ma che succede se sono uomini a nuotare, e ancora uomini a correre sotto la pioggia sottile, e sempre uomini quelli fradici e sfiancati che si arrestano davanti a porte inesistenti, soglie di sabbia per castelli immaginari? Questa domanda ti guarda dritto in faccia e ti interpella, laggiù, nella poltrona vellutata del tuo posto riservato in una elegante platea metropolitana.

 

Il teatro è il tempio di Dioniso: dio meticcio, dio straniero, dio dell’estasi, dell’ebbrezza e della gestazione notturna; dio che danza alle porte della città, nell’ora promiscua che annulla i confini e invita alla metamorfosi, alla dissoluzione per la rigenerazione, al crepuscolo per un’altra aurora; dio autunnale, con il suo tirso di pampini e di edera – pianta tenace che germoglia nell’ombra invernale e fruttifica in primavera. Il teatro è il luogo della memoria di soglie già varcate, luogo della festa che incoraggia a varcarne sempre di nuove. Non vi è luogo più evanescente di una soglia: nient’altro che un varco vuoto, un al di qua per un al di là, scansione aerea di mobili differenze. Luogo innominabile, che tiene a battesimo ogni nome e

 

rinnova le identità. «Je suis Camara. Je suis Camara. Je suis Camara». Una regina in abito amaranto, una baccante casta e severa, una divinità propiziatrice del buon viaggio si presenta insistente. Ribadisce il suo nome come fosse il primo nome, come fosse una scoperta e un invito fermo a farle eco, a fare orchestra dei molti nomi che chiedono di uscire dal silenzio.

 

«Ogni antenato aprì la bocca e gridò: “Io sono”. “Sono il serpente, sono la formica del miele, sono il caprifoglio”. Questo primo “Io sono”, questo primordiale dare nome fu considerato da allora e per sempre il distico più sacro e segreto del canto dell’antenato. Ogni uomo del tempo antico, che ora si crogiolava nel sole, mosse un passo col piede sinistro e gridò un secondo nome, mosse un passo col piede destro e gridò un terzo nome». Così racconta un antico mito australiano. E qui, nella Sabbia che brucia sotto piedi silenziosi e anonimi, nuovamente le cose e le persone chiedono di essere nominate, di prendere in carico il compito del nome, perché il mio nome è sempre e solo quello che un altro mi assegna.

 

Non c’è nostalgia in Sabbia, non è questa la sua tonalità emotiva. È piuttosto tenacia quella che leggi in ogni gesto, in ogni passo, in ogni nome: la tenacia di una sapienza arcaica che ti aspetta al varco del futuro, più asciutta di ogni deserto, più radicale di ogni abbandono, più profonda di ogni naufragio. È la sapienza di chi ha molto camminato, molto abbandonato, molto navigato, e insegna che vivere è solo camminare, abbandonare, navigare, fino a quando il passo si scioglie in danza, l’abbandono in memoria, la navigazione in provvisorio approdo. Non è più una marcia compatta quella che conduce fuori scena i viandanti di Sabbia, infatti. È una processione festosa, un canto corale, un ballo non più trattenuto. Tutto tranne che un commiato.

 

AGENZIE DI STAMPA

ADN KRONOS   http://www.adnkronos.com/intrattenimento/spettacolo/2015/06/03/teatro-argentina-roma-rifugiati-raccontano-sabbia_yunbQXrQDaH1GhAwbj0gnI.html

In occasione dalla Giornata mondiale del rifugiato (20 giugno), va in scena in prima nazionale, a ingresso libero, alTeatro Argentina di Roma, il 12 e 13 giugno, lo spettacolo‘Sabbia’, ideato da Riccardo Vannuccini di Artestudio e portato in scena dai rifugiati provenienti dall’Africa ospiti del Cara, il Centro Accoglienza Richiedenti Asilo di Castelnuovo di Porto (Roma), con la collaborazione di Cane Pezzato e della Cooperativa Auxilium, ente gestore del Cara.

 

Fra ospitalità e accoglienza, ‘Sabbia’ rappresenta la ricerca paziente e ostinata di una terza parola che possa comprendere il gesto di chi rischia la vita su un barcone sbilenco e quello di chi tende la mano sulla porta di casa. Lo spettacolo, interpretato da venti richiedenti asilo provenienti dall’Africa, vuole anche in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato favorire la sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla condizione di questa particolare categoria di migranti.

 

Lo spettacolo è la conclusione di un laboratorio teatrale durato dieci mesi, una composizione scenica di confine che deve molto a Pina Bausch, Jackson Pollock, Thomas Eliot e Ibn Battuta. Il viaggiatore per eccellenza del mondo islamico medievale, nella sua Rihla (viaggio) regala sguardi unici e dettagliatissimi sul suo grande peregrinare, che partendo dall’Africa passa per Siria, Russia, Afghanistan e approda in India e Cina e che percorre centoventimila chilometri con tutti i mezzi di trasporto allora in uso, dal cavallo al dromedario, dal carro ad ogni tipo di imbarcazione.